Fedele's profilePensatoioPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
October 06 Maksim, bambino gentiluomoRicordo ancora quello sguardo filtrato dai vetri impolverati del pullman che lo portò in questa terra. I suoi connazionali erano già scesi e si mostravano prodighi di coccole e attenzioni verso coloro che li accoglievano, lui, svogliato, stentava a venir fuori. Finalmente convinto, si presentò nei suoi occhi pieni di cielo e nel suo ghigno da uomo vissuto. Si propose così a me e ai miei genitori. Ci strinse la mano sudata, sussurrando il suo nome, pronunciato stringendo la bocca, sospirando quasi la desinenza. È difficile anche solo ricordare ciò che si inseguì nella mia mente in quegli istanti. Timore, gioia, commozione, compassione… il tutto miscelato con una buona dose di incredulità ed incertezza. Il tutto produsse il mio silenzio. Dopo le presentazioni e i saluti di rito fu lui a scuotermi per il braccio. Voleva andare a casa. E così fu. Maksim si è presentato così, nella sua disarmante naturalezza. Nel suo nome è scritta l’esperienza che con la mia famiglia ho avuto la fortuna di vivere: l’accoglienza di un bambino bielorusso che vive in un territorio vittima di quella che ancora oggi continua ad essere un disastro senza precedenti: l’esplosione della centrale nucleare di Chenrobyl. Più volte mi è capitato di partecipare ad iniziative di solidarietà, di volontariato, ma accogliere un bimbo nei luoghi che sono tuoi, cedere il letto a questo angelo dagli occhi di ghiaccio, sacrificare i tuoi tempi, le tue abitudini… credo non abbia paragoni. Sapete, scoprire la sua voglia di conoscere, di scoprire, di sognare. La sua voglia di correre in bici, di vincere le sue piccole paure, di imparare a nuotare, di fruire della compagnia che quel giorno gli dona… tutto questo è stato per me una riscoperta di quella gioia di vivere che forse non mi appartiene più e che troppo poco spesso incontro nelle persone del mio tempo. Ho cominciato a metabolizzare ciò che ha significato per me la presenza di Maksim, solo dopo la sua ripartenza. Parafrasando il titolo di un famoso film mi verrebbe da dire che “Il favoloso mondo di Maksim” è passato da qui, coinvolgendo piccoli e grandi, ridando luce a dei meccanismi forse mai estinti, ma di sicuro impolverati, condividendo il suo sorriso e la sua voglia di stringerti la mano. Ho imparato da lui che tutto può essere superato con un sorriso, con un silenzio. Tutto può essere condiviso, perché la vera ricchezza sta nell’altro, nella sua vita, nel suo cuore che senti battere quanto lo tieni sulle ginocchia per giocare un po’. Mi ha fatto conoscere ciò che chiamerei l’orgoglio di essere venuto al mondo: seppur in mezzo a tanto dolore, povertà, difficoltà. Non ho mai visto nei suoi occhi la gelosia per un mondo che non ha, bensì la fierezza di poter crescere, di poter essere, a suo modo, il protagonista del mondo. Il suo rispetto per le cose e per le persone, è degno di un uomo vissuto. Maksim si emoziona ancora per un aquilone o per un peluche dimenticato in macchina, per una semplice passiggiata, ride della sua lingua sgrammaticata, ironizza sui suoi modi di fare. E’ un gentiluomo: divide ciò che ha, accetta qualcosa solo se gli altri l’accettano, a meno che non si tratti di macchinine! Queste mie parole, miste tra diario e riflessione, sono dedicate a colui che è entrato nella nostra vita con un passo silenzioso e curioso, sicuramente titubante, per poi uscirne con la consapevolezza di aver lasciato una sua firma nei nostri cuori. A presto Maksim, bimbo rimasto bambino.
June 09 Il popolo dei MinimeiLa fiamma elettorale ha bruciato le ultime esitazioni degli italiani che non hanno perso occasione per deludermi e pormi ulteriori spunti di riflessione. Se è vero, come è vero, che l’auspicato raggiungimento del consenso largo, o, per così dire, del prostrarsi completamente ai piedi del cavaliere è stato evitato, è anche vero che il risultato elettorale non lascia via di scampo ad una sinistra, volutamente con la minuscola, indifendibile, frazionata, in una parola perdente. L’analisi che cerco di fare si discosta da quelle che leggo sui giornali e che fanno riferimento al mero risultato numerico, fatto di percentuali e voti reali, di sbarramenti e soglie, di raddoppi o di perdite colossali. Il mio ragionamento è sull’indirizzo che oserei definire sociologico, che è alla base di un certo risultato. In Europa è stata netta la ventata di centro destra e credo che anche le attestazioni delle liste xenofobe nella parte est del vecchio continente, non facciano che aumentare questo vento, dandogli connotazioni spaventose ed inquietanti. Pur considerando lo scenario globale, non va sottovalutata la particolarità italiana. Io credo che sia giusto analizzare il comportamento dell’attuale maggioranza, con in testa il premier, cercando di mettere in evidenza quello che in altri paesi europei ed extraoceanici non sarebbe mai potuto avvenire. Storie come quella di Noemi, quella relativa agli aerei di stato, come le veline prima addestrate da Brunetta, Quagliariello et company e poi ripudiate per non rischiare di crollare nel “ciarpame”, in altre democrazie europee avrebbero avuto come risultato le dimissioni del protagonista con tanto di damnatio memoriae politica. Basti ricordare le dimissioni per i rimborsi del parrucchiere in Inghilterra per notare la netta diversità di trattamento e considerazione che, ahimè, noi italiani riserviamo alla nostra casta. In Germania il primo ministro Merkel non si è augurato che ci fosse una cordata tedesca per l’acquisizione dell’Opel. Ha condotto e supervisionato su una leale concorrenza europea, nell’unico interesse di salvaguardare azienda e posti di lavoro. Non credo che la vicenda alitaliana sia stata dello stesso tenore. Il fatto che in Italia persone come Mastella siano state elette nelle ultime europee, per non parlare del fatto che in tutti i telegiornali “che si rispettino” venga a parlarci il Sig. Capezzone, che solo qualche mese fa parlava di qualcosa distante anni luce da ciò che afferma oggi… beh credo che tutto questo basti a connotare con vigoria la poca serietà del popolo italiano. Nel nostro bel Paese succedono cose che altrove non sono ammesse, con l’unico risultato che la stampa estera e la considerazione degli altri paesi nei nostri confronti decresce come 1/K indicando con K la costante delle cazzate che vengono fuori dal nostro scenario politico. Non escludo dalla mia critica e dalla mia analisi la sinistra sprecona, narcisista e più che mai frammentata. Le due Sinistre radicali, come ormai amano definirsi anche loro, hanno dichiarato dopo il risultato che “ci si poteva mettere insieme”. Detto da personaggi come Ferrero fa un po’ ridere visto quanto è successo nell’ultimo congresso di Rifondazione. Un occhio compiaciuto lo riservo al conterraneo Vendola che fin dalla sua campagna ha aperto alla collaborazione, alla messa in atto di un cantiere politico che però non si trasformi in una babele di opinioni, posizioni opposte e contrarie. Verso questo credo debba indirizzarsi il povero PD che comunque ha “tenuto” come dice il pur degno Franceschini, con lo stesso tono di un allenatore che ha strappato il pareggio dopo che la squadra avversaria ha colpito solo pali e traverse. Il fatto che un progetto come quello del Partito Democratico si spenga nelle mille e tortuose vie dei suoi esponenti più affezionati alle vecchie posizioni che interessati al cammino unico, fa in modo che la dispersione dei voti la faccia da padrona a vantaggio di partiti come Italia dei Valori e UDC in cui c’è solo un leader che parla e che dà un indirizzo, nel più berlusconiano dei modi possibili. Nel PD si ha sempre la sensazione che si possa dire tutto e il contrario di tutto. Un partito moderno non può mancare di un, dico uno, tema centrale con il quale tutti siano in sintonia. L’accozzaglia di voci per adesso fa il gioco del cavaliere che nonostante lasci ampi spazi alla Lega incalzante, ottiene sempre il parere unanime dei suoi servi. Al PD attendono nuove prove, prima della grande prova congressuale che spero si faccia in autunno. Tematiche come quelle del referendum mettono a dura prova le posizioni dei democratici. Converrà virare verso quel famoso bipartitismo, consci del fatto che già ora nonostante si abbia la stessa tessera, non la si pensi nello stesso modo? Oppure si cercherà di aprire scenari di coalizioni, che altro non potranno che ripresentare il crogiolo informe di prodiana memoria? Credo che tutto questo restituisca un unico messaggio complessivo, quello della povertà riflessiva degli italiani. Siamo diventati un popolo minuscolo, di quelli che come diceva una canzone, non entrano nei libri di storia. Il popolo dei Minimei. Intrisi di realities, capaci di assorbire tutto ciò che non è normale ma che qualcuno, con i suoi mezzi, rende reality. L’astensione non è frutto di una scelta politica, bensì di un totale disinteresse che diventa drammatico se si considera che anche gente che almeno sulla carta dovrebbe essere alfabetizzata, si rinchiude nel più classico dei moniti ignoranti come: “Sono tutti uguali, non mi interessa”. La chiave sta in noi, nell’interesse, nel parlare, nell’informarsi. Il mondo giovane deve scrollarsi di dosso il torpore della televisione, dell’informazione solo assorbita e mai cercata o riflettuta. Esperienze come quelle di Debora Serracchiani in Friuli dimostrano che si può essere ancora bravi ad incontrare la gente e a raccogliere la fiducia dell’elettorato. “Porta a porta” era il vecchio modo di fare politico di un grande uomo che rispondeva al nome di Enrico Berlinguer… oggi è solo una comoda poltrona bianca su cui più di qualcuno ama sedersi sapendo già che domanda gli verrà rivolta. May 15 Repubblica GiovanileQuando ero ai tempi delle elementari, sul libro di geografia, c’erano delle schede che accompagnavano le mappe politiche degli stati che si avvicendavano nel nostro percorso di apprendimento. Tra queste schede c’erano la demografia, la lingua, religione e quella relativa agli usi e costumi. E’ un po’ di tempo che mi chiedo cosa potrebbe scrivere un curatore di sussidiari per la scuola su di noi giovani. Proviamo ad abbozzare una scheda. Colore della pelle: le popolazioni giovanili rispondono ai classici ceppi somatici che contemplano le varie carnagioni. Tuttavia amano sottoporsi a brevi ma frequenti trattamenti con radiazioni atti a conferire loro la sospirata colorazione mulatta nella totalità delle stagioni. Questo accorgimento ha risolto il problema del razzismo a scuola ma innalzato il rischio di rimpatrio su barcone noleggiato. Lingua: gli individui a partire pressappoco dai 12 anni (il limite superiore è costantemente in crescita) si esprimono con una particolare proprietà di linguaggio che oltre alla classica abitudine di utilizzare l’indicativo in luogo del congiuntivo, adotta nelle comunicazioni brevi e veloci simboli rispondenti alla categoria emoticon. La messa a punto di un nuovo dizionario ha definitivamente sancito la perfetta compatibilità tra le lettere “c” e “k”. Termini come “clikkare” “sekkare” hanno segnato una rivoluzione nell’accademia della Crusca. A questo si aggiungano le abbreviazioni negli sms che hanno permesso un risparmio energetico eccessivo con un abbattimento delle emissioni di biossido di carbonio. Nell’era dell’EKO-Kompatibile, termini come “xkè”, “sxeriamo”, “t.t.t.t.v.b.” hanno permesso un risparmio di energia chimica dovuto al minimo spostamento utile del pollice opponibile. Religione: il battesimo e la cresima sanciscono l’ingresso in società con il famoso “Ballo dei teatranti”. La religione più diffusa è quella dei Cristiani non praticanti, un nuovo scisma fondato da un cantante vincitore del festival di Sanremo con la canzone “Luca era un chierichetto”. Grosso incremento hanno riscontrato le nuove religioni D.O.P. consorziatesi negli ultimi anni. Si va dalla setta del vino, a quella della birra fino ad arrivare alle bevande eccitanti. Nella sezione Profeti riscuotono successo i grandi riti del monte “Mediatico”, con periodi dedicati alle tre divinità di X Factor, all’oracolo amico di Maria e al culto del sacro ciuffo di Malgioglio. Visibile anche sul digitale terrestre. Economia: le attività produttive si concentrano essenzialmente nel settore terziario: Fantacalcio, Comunicazioni messenger e servizi di telefonia mobile. Per tali attività c’è bisogno di procacciarsi una connessione adsl, un cellulare e il foglio delle quotazioni aggiornate dei giocatori di Serie A. Usi e costumi: il popolo dei giovani ama incontrarsi nell’Agorà di Facebook sancendo il passaggio epocale dal pettegolezzo figlio della tradizione orale a quello scritto in html. I docenti universitari per interloquire hanno messo a punto una modalità d’esame in cui l’unico quesito posto è: “A cosa stai pensando?”. Da un punto di vista sociologico seguono la filosofia del “simile che conosce il simile”. Per poter conoscere una ragazza bisogna prima fare la dichiarazione dello stato guardaroba attraverso modello unico o modello 501. Le abitudini alimentari seguono la dieta mediterranea fatta di hamburger e patatine, anche se la continuità con la tradizione è garantita nei giorni rossi sul calendario in cui, oltre alla classica grigliata si degustano cozze, accompagnate con provolone, e tartufi di mare. Tra gli hobby e gli interessi spiccano lo zapping internauta, la Russian Premiere League, il caffè nel miglior Bar di paese. Per le donne ampio successo riscuotono i Centri d’Ascolto Coiffer, i corsi di cucina e di parcheggio agevolato. Questo è quanto si potrebbe trovare a studiare un bambino se dovesse capitare sulla pagina di uno stato che potremmo chiamare Repubblica Giovanile. Il bambino assonnato, dopo aver visto la puntata dei cartoni animati, affronterebbe un simile studio accomunandoci alle più classiche delle popolazioni indigene come aborigeni e amazzoni. Senza particolare interesse o curiosità, sicuro che l’indomani il maestro gli avrebbe chiesto: “ A cosa stai pensando?” April 01 Biglietto? No, scendo!Le righe che sto per scrivere e voi per leggere, prendono forma a partire da una grossa sfuriata che ho avuto nei confronti dei ragazzi che, indegnamente, seguo nel processo di formazione cristiana. La ramanzina, come si diceva una volta, era partita dal loro scarso interesse, dalla poca partecipazione, per non parlare dallo stile con cui partecipano, quando non sono dal “famoso” dentista che opera anche di domenica, alla celebrazione della messa. La mia invettiva prendeva corpo e ascendeva nel suo massimo climax quando ho parlato dei biglietti della loro vita, che spesso timbrano ora in questo ora in quell’autobus, perché tutti lo fanno, perché tutti lo vogliono, perché è semplicemente così. Se ci pensate non siamo ancora nati e c’è chi già pensa al nostro futuro, prossimo e lontano. Sarà battezzato, diventerà ingegnere, poi a dieci anni la comunione, la cresima, poi gli anni della scuola superiore. E ancora l’università, il lavoro, il/la fidanzata/o, il lavoro e un bell’impacchettamento verso quella che è la dolce vita della norma. Non è mia intenzione discutere ed eventualmente criticare la scelta di tante persone che dignitosamente portano avanti la loro vita e quella dei loro cari. Giù il cappello per tutti. La mia riflessione si spinge verso i giovani, verso me stesso, verso chi scorgo insoddisfatto, incastrato nei temi che appartengono ad altri, nelle scelte che non sono mai partite dal loro cuore. C’è la facoltà del padre, lo sport che piace alla madre, le amicizie che sono gradite. Un giorno ci si ritrova adulti, senza aver mai scelto e con delle responsabilità che non ci appartengono. A volte il senso comune ci porta a farci sentire mediocri, se siamo “fuori posizione”. Ho 30 anni e non ho ancora trovato un partner, il lavoro scarseggia. La gente mi guarda in cagnesco, come se quel giorno del battesimo, già quello che per definizione i genitori scelgono per me, qualcuno non mi avesse tolto il peccato originale. E’ come se esistessero tanti personaggi di un unico grande film con il finale già scritto. Come se le nostre rotaie, fossero saldate ai binari che altri hanno tracciato per noi. Un treno inarrestabile che ci risucchia con gli impegni, con il tempo imposto. I pochi capelli rimasti ormai scoprono la mia testa. Mi fanno sentire più grande e quasi non ho più voglia di sognare, di provarci. Su quella stessa testa qualcuno ha posto delle ceneri dicendomi “convertiti”.Che la conversione sia proprio scendere da quel treno che corre veloce verso il destino prestabilito. Che quelle ceneri siano la forza per lanciarsi dal finestrino, magari rischiando di ritrovarsi pieni di graffi, ma con la possibilità di porre sulla terra i nostri piedi. Che il cammino voluto dalle nostre gambe, ci porti a trovare la naturalezza di scegliere, dandoci in mano la libera patente della vita, sprovvisti dei biglietti per le tappe forzate. February 22 PeDaLeREMOA conclusione della settimana sanremese scorgo un paese tutto preso dalle polemiche sul vincitore, sulla “visita” della de Filippi. Poi c’è “Luca era gay”, la Zanicchi sfavorita dal Benigni nazionale. That’s all. Mi verrebbe da dire… questo è tutto, questa è l’Italia che amiamo e produciamo. Nel frattempo succede il finimondo tra un partito che doveva rivoluzionare la storia politica del nostro paese e un cavaliere che ancora una volta trova il modo di raccogliere consensi. Walter è rimasto Soru, come recitava la mia frase sul messenger, l’indomani delle sospirate dimissioni dell’ormai ex segretario del PD. Sottolineando come già in precedenza Veltroni avesse raccolto simili prestazioni (aveva portato al minimo storico di consensi il PDS), mi vien da dire: “non poteva finire diversamente”. Se si dovessero analizzare i passi che hanno portato alla tanto auspicata formazione del partito democratico, non è difficile notare come il processo di fusione dal basso delle due compagini politiche preesistenti non si sia mai avuto. Le famose primarie con un flusso spropositato di gente era una messa in scena tipica italiana. Nulla a che vedere con le primarie americane. La fusione, che di fatto è avvenuta dall’alto, non ha generato integrazione. Chi mastica un po’ di matematica sa che c’è una differenza tra somma algebrica e integrazione. Azzardando direi che il pd è il risultato di una somma “al ribasso” ed è distante da una vera integrazione. La somma è sempre scomponibile, c’è la famosa regola commutativa. Si possono cambiare gli addendi, il loro ordine, ma il risultato è sempre lo stesso. L’integrazione invece prevede una funzione che sia continua, almeno in un certo intervallo. Questo intervallo, nello spettro delle frequenze politiche si è ridotto notevolmente, lasciando ampi margini incustoditi a sinistra e non sfondando al centro. La sinistra è diventata extraparlamentare per la famosa teoria del voto utile. Il centro in Sardegna ha preso percentuali elevate, con interi comuni dalla sua parte. Il Pd, fin dall’inizio della sua formazione, ha sempre evidenziato le sue fratture interne. Non c’è mai stata unione di intenti, nemmeno su un singolo argomento. Questo non poteva che generare un’opposizione spenta e bonacciona, con il solito Uòlter che si ostinava ad adottare una falsa condotta del politically correct, ma che ha avuto il solo effetto di giocare al giuoco (proprio come ama dirlo lui!) berlusconiano. In tutto questo qualcuno si salva da un processo, quello per cui Mills è stato condannato, solo per il Lodo Alfano e nessuno ne parla, almeno nei termini e con l’insistenza che un tema del genere meriterebbe. Non si parla delle violenze e della tanto famosa sicurezza per la quale il partito del predellino aveva vinto le elezioni sbancando anche nella capitale. L’opinione non inorridisce nemmeno quando il presidente del consiglio sul caso Englaro non trova meglio di dire, se non che potrebbe essere resa gravida, con una delle espressioni più volgari che si potesse fare su un tema così delicato. Non è finita qui. Si forza lo scontro istituzionale facendo un decreto ministeriale su un tema di incidenza etica e di una delicatezza così elevata, che meriterebbe le migliori sedute parlamentari. Faccio notare che solo due anni fa quando si era in crisi si addossavano tutte le colpe all’allora presidente del consiglio. Oggi la crisi, per qualcuno inesistente, non miete la corrispettiva vittima. La società è così intrisa di berlusconismo propagandista che si lascia scivolare addosso di tutto. In altre democrazie, ben diverse dalla nostra, tutto questo sarebbe alla base dei discorsi e del malcontento dell’opinione pubblica. In Italia tutto si ferma a Mourinho, alla Champions League, a Sanremo, ad Amici o X Factor. E non venite a raccontarmi che non è così, troppo banale. Siamo in un paese in cui si autorizzano le ronde per tutelare la sicurezza, ronde che risultano “disarmate”, solo per un emendamento dell’opposizione, sveglia almeno in quell’occasione. Siamo in un paese in cui non possiamo permetterci un piano anticrisi dello stesso tenore di altri paesi perché non ci sono soldi. Qualcuno ha vinto le elezioni dicendo che non avrebbe messo mani nelle tasche degli italiani, ma nessuno dice che la pressione fiscale è aumentata. La risposta è il PD, concentrato sui giochi di poteri. La risposta è Franceschini, che dovrebbe essere un giovane della politica italiana. La realtà parla di giovani che la sera rimangono a casa per vedere X-Factor, giovani che hanno perso il loro fattore, la loro rabbia. Sono già in pensione, prima di vedere il loro primo, scarnito contratto a progetto. Sono anziani perché non vanno oltre le chiacchiere da bar e questo, ahimè, come ho detto da qualche parte, non è un paese per vecchi. Un giorno, si spera, "giovaneremo". February 09 AmenIl quando di queste parole è una sera passata al computer dietro a formule ed elettroni caldi. Una sera che segue una mattinata, un pomeriggio, al computer per questo o quel lavoro. I miei occhi sono piccoli piccoli, i miei capelli stirati, inumiditi dalla stanchezza. È la sera della morte di Eluana, che ha trovato la sua pace, il suo silenzio. Potreste dirmi che era in silenzio da tanti anni, ma forse le sue orecchie non hanno mai smesso di ascoltare opinioni, pareri, dettami, sentenze, non ultimo il decreto ministeriale, sul suo conto. I dibattiti si sono susseguiti, le posizioni moltiplicate, poi non così tanto, perché in fondo ho ascoltato solo posizione da questa e da quella parte. Pro o contro. Grandi manifestazione di attaccamento alla vita, ridotte da manifestazioni ridicole quanto irrispettose. I cristiani che hanno indossato la loro solita bella copertina. Qualcuno che ha cavalcato l’onda per prendersi un po’ di popolarità istituzionale, qualcun altro che ha provato a catalizzare l’attenzione pubblica sul caso Englaro, cercando di distogliere la flessione dei suoi prelibati sondaggi. Nel più classico problema di bioetica, credo che non si possa non focalizzare l’attenzione su quella che è la grandezza di certi problemi e su come sia impossibile rispondere a pieno, nella piccolezza delle circostanze dell’uomo. I vecchi professori di filosofia amavano fare la distinzione tra la potenza e l’atto. Credo che il fatto stesso che veniamo al mondo sia una perdita di potenza. Il nostro esistere sancisce una netta separazione con quella che è l’idea, l’essere, ontologicamente parlando. Potremmo stare giorni interi a sorbirci Vespa e Mentana, ascoltando ora questo ora quel parere. Il punto è che bisogna trovare una soluzione pratica ad un problema che pratico non è. Legiferare su qualcosa che è puramente filosofico, puramente poggiato su concezioni, filosofie è assolutamente complicato, ma altrettanto urgente ed indispensabile. Credo sia sbagliato pensare semplicisticamente che la vita di Eluana non fosse degna di essere vissuta, solo perché paragonata a quello che ci sembra l’unico modo di vivere e di percepire. Anche un malato di mente, incapace di intendere, forse dimenticherebbe di cibarsi e morirebbe se non ci fosse qualcuno a seguirlo. E allora qual è il limite, il contorno al quale muoverci. Elencare le eventualità sarebbe inopportuno e quanto mai vano. Rimane la pietra angolare della coscienza, della libertà di coscienza. Ed ecco la via pratica del testamento biologico. Le grandi campagne mediatiche della chiesa spesso mi fanno pensare e dubitare. Mi chiedo perché mai non si spendano simili energie per educare la gente, formare i cristiani a saper scegliere anche in presenza di una legge che però tutela chi non crede. Non credo che un cristiano debba temere l’esistenza della possibilità di un aborto, di una fecondazione assistita o di qualsiasi altra cosa soggetta a dispute di questo tipo. Credo piuttosto che si debba formare la gente che si dice cristiana, a sapere in che cosa si crede, a smettere quella copertina di battezzati incoscienti. C’è una possibilità di uscirne da paese civile, da Paese. Il decreto del cavaliere lampadato mi sembra una buffonata, una forzatura per generare anche un conflitto istituzionale fuori luogo. Ma dal cavaliere non mi aspettavo una risposta matura. Provo ad aspettarmela ancora da qualcuno, pochi veramente, ma in fondo crediamo che il miracolo possa capitare. Amen. December 23 Faccia da Book!Qualche tempo fa, ascoltavo con distrazione la conversazione di un mio amico con altri suoi compagni d’università. Avevano fondato un gruppo: quelli che il venerdì sera staccano la spina. “Devi iscriverti assolutamente” – si dicevano – cogliendomi impreparato sull’argomento. Ho aspettato che quella conversazione si esaurisse, che i compagni andassero via, per chiedere al mio amico di cosa parlassero. In una parola ha sentenziato: Facebook! La curiosità (dicevano fosse femmina!), mi ha spinto a scrivere sul primo motore di ricerca questa parola che, nonostante il mio pessimo inglese, suggeriva l’idea di un “libro delle facce”. Procedura di iscrizione comune, inserisci i tuoi dati, attendi la conferma e voilà: benvenuto nel cubo di cristallo di questa realtà che gli studiosi amano chiamare social network, ossia un contenitore in cui le persone, conoscenti o meno, si cercano, si accettano, e scelgono di condividere tutto quanto sia possibile spiattellare su internet. E’ possibile arricchire il proprio profilo di foto, descrizioni, dati anagrafici. Si condividono passioni per sport, arti, musiche, personaggi…è possibile addirittura informare i tuoi amici scrivendo cosa stai facendo in quel momento. Il tutto condito da una piattaforma che permette di commentare ciò che fai, pubblichi, scrivi o segnali. Il meccanismo perverso non è tanto quella della condivisione di ciò che caratterizza un utente, ma che chiunque sia, anche solo indirettamente, legato ai tuoi amici, possa vedere e sondare tra le tue attività su Facebook. Come dire…privacy zero. Non è un caso che abbia scelto l’immagine di un cubo trasparente. E’ come se scegliessi di chiudermi dentro una vetrina osservabile da più angolature. Chiunque potrebbe guardare i miei movimenti, apprezzare le mie relazioni, le mie passioni, semplicemente girandomi attorno, chiuso anch’egli nel suo vetro. Se qualcuno ha studiato un po’ di ottica geometrica, sa che i vetri sono superfici che deformano, ingrandiscono, deviano la luce, addirittura scompongono le frequenze della radiazione luminosa. Può capitare quindi che qualcuno lasci scomporre il suo fascio d’osservazione, lasciando passare ora una ora l’altra frequenza; qualcuno potrebbe vedere un’immagine rifratta o semplicemente fermarsi a quella riflessa. E’ una sorta di gara a chi arricchisce maggiormente il proprio album di figurine. Come si faceva un tempo con i calciatori: ci si trovava fuori dalla scuola e si cercava l’occasione di uno scambio, osservando lo scorrere dei doppioni dell’amico, al ritmo di “ce l’ho” e “mi manca”! Le figurine siamo noi, siamo noi giocatori e collezionisti. Scegliamo, clicchiamo e incolliamo nel nostro album telematico chi ci pare: amici di vecchia data, così come compaesani mai salutati. Non starò qui a cercar di sintetizzare quanto tutto ciò comporta. Credo che si cominci per curiosità, per gioco, per la velocità dello strumento, per la possibilità di raggiungere quotidianamente persone lontane. Il paradosso è che spesso ci si scrive cose inutili, si cerca qualcuno che hai accanto, che potresti invitare da qualche parte, senza aspettare che sia connesso. Il meccanismo di Facebook, come altri social network, mi sembra che allontani avvicinando, separi unendo. Ti lega con un click, ma si rende mediatore necessario, fondamentale. Per concludere queste righe un utente serio scriverebbe qualcosa sulla sua bacheca: “Sto staccando per andare nel vero mondo…” Commenta! December 02 L'I-manAppena sveglio scopre tra le pieghe delle sue lenzuola, i terminali dei suoi auricolari. Indagando con la mano ad occhi chiusi, come nel migliore dei giochi dei bambini, il “bagno” nel lettone domenicale, l’I-man cerca il rettangolo, liscio, sottile. Ecco, trovato! Play. Prima traccia. Anestetizzato dal torpore di una musica familiare, abbandona il giaciglio con fare lento per adempiere alla sua routine mattutina. La difficoltà dello spogliarsi e rivestirsi tirando fuori ora una, ora l’altra cuffia, ormai è stata automatizzata. Ci riuscirebbe anche ad occhi chiusi. Seconda traccia. No, meglio proseguire, non si sa perché ci sono sempre canzoni memorizzate, scelte, ma che non si ascoltano. E quindi terza traccia. Si questa va bene. L’I-man incede seguendo il tempo della sua musica verso la stazione dove si accomoderà sul primo sedile impolverato lasciandosi trascinare nell’abbandono di un ascolto pigro, radioattivo. Scorge tra le fessure lasciate aperte dalle sue palpebre allentate le bocche dei pendolari, cercando di interpretare il discorso animato di quella giacca e cravatta, parafrasando la lezione che la liceale ripete prima dell’interrogazione di storia…si sembra essere storia. La quarta traccia è perfetta. Chiude gli occhi per sfuggire alla curiosità di sbirciare sul display del cellulare agitato dal ragazzo accanto a lui. Si diverte nel far vedere il video realizzato in una delle sue feste con gli amici. “Devo metterlo su You-Tube”. La parola, familiare, si incastra tra le frequenze della musica assordante, rompendo l’idillio dell’estasi che la traccia musicale portava con sé. Allora giù con il pollice 10, 9, 8, 7.. il giusto per ascoltare il discorso, non perdendo il sostegno, quasi fisico, della musica. Soddisfatta la curiosità, il volume cresce, quasi a riprendersi la prevalenza che gli spetta. E’ strano come si viva nella costante consapevolezza di essere su un enorme palcoscenico a tutto tondo. Ecco i miei paparazzi, con i volti dei miei amici, pronti a sbattermi nelle prime pagine dell’interesse adolescenziale. Ho 10000 visite. Vuoi mettere. Giù dal treno. Il volto sorridente di quel collega di facoltà fa presagire l’obbligo dell’abbandonare il suo silenzio assordato. L’I-man, non si scompone. Si gira e prosegue spedito, con il valore del cavaliere più strenuo pronto a tutto per salvare la sua… adorata traccia 5! A questo ed altro ho pensato stando nei mezzi pubblici di diverse città, affetto anche io dalla fobia di rompere il mio silenzio con un saluto non voluto, con i convenevoli che si devono. Ho pensato alle personalità plasmate dal gioco degli schermi, delle vetrine, delle costanti colonne sonore. Ho pensato lasciando per un po’ i miei padiglioni auricolari liberi. Ora scusatemi. Il mio lettore si è caricato. Devo andare per immergermi nel matrix dell’incomunicabilità, indossando il costume del mio supereroe. Play! September 30 Senatore pescivendolo
Questo signore qui è il Senatore Antonio Azzollini, presidente della commissione bilancio, nonchè sindaco della città di Molfetta. E' stato accusato a causa della giunta nominata da lui che non presentava nessuna presenza femminile come assessore. Il ricorso al Tar è stato superato da un cavillo e quindi la giunta è stata confermata. Ecco la sua condotta al consiglio comunale...
September 22 Tornato con rumoreIl rumore del motore di un furgone che profuma di uomini, gli sballottamenti, la scia luminosa dei fari che indaga, curiosa, l’oscurità della prossima curva. E’ cominciato così il mio ritorno a Dukagjin. In una sera di agosto, con persone appena conosciute, con il giusto timore per la pericolosità della strada, con il sorriso di chi in fondo apprezza l’avventura che quel percorso riesce a regalare. Sono ritornato in un posto a cui forse non ho smesso di pensare per un anno intero. Scorgere quella costruzione levigata, illuminata dal fuoco dell’accoglienza di chi era ad attendere me e i miei compagni, mi ha donato la tranquillità del cuore e la sicurezza di stare al Suo cospetto. Il sibilo del vento, il fragore del fiume, le montagne delineate con geometrica precisione, come nel più ingenuo disegno di bambino. Cercare un particolare di quella sublime perfezione è impossibile, l’armonia di Dukagjin mi fa pensare ad un Dio che respira nel suo creato, che si distende nel letto di quel fiume, donando il suo rumoroso silenzio. Un silenzio mai così loquace, mai così profondo, mai così lontano dalla vita frenetica e quasi violenta nei suoi doveri, nelle sue richieste, nei suoi ritmi non scelti, imposti. Un silenzio che profuma di pensiero, di riflessione, di rapporto umano e divino. Un silenzio che nutre ma non isola, che lega senza intrappolare. Non è difficile per me ammettere che sia partito con la certezza del dare, del comunicare e che invece sia tornato con quel silenzio nel cuore, quasi imposto, dettato, di sicuro suggerito. Nella presunzione della mia fede, spesso spavalda e arrogante, mi sono trovato a fare i conti con l’umiltà della gente che ogni giorno dona e genera vita. Gli occhi di quei bambini, così gioiosi per l’incontro, così vogliosi di comunicare, di trasmettere la pace, pregni di un essere semplice, formati da una natura così generosa. Io parolaio vanitoso, sicuro del mio fare, dimentico del mio essere, loro disarmanti nella loro umiltà, benedetti nel loro giocare alla presenza di Dio. Potrebbe essere riassunta così la mia esperienza tra i sentieri tortuosi di Dukagjin. La tentazione di lasciare la propria vita, il proprio ritmo e abbandonarsi al vento piacevole di un sostare leggiadro, di un viaggiare senza meta, di un nutrirsi di uomini e di storie è stata avvertita in maniera quasi naturale, direi, di sicuro con forte intensità. Ho pensato spesso alle nostre comunità ingarbugliate, al credere fatto di vane routine, di ruoli, di svogliati legami, di posizioni occupate quasi per destino, senza una scelta continua. Nulla avrebbe potuto richiamarmi alla mia storia, se non il restante senso di responsabilità di cui sono prigioniero. C’è qualcosa che quel silenzioso rumore, invece, ha posto in me. Qualcosa che si è come sciolto con il passare dei giorni, quasi lievitando dentro di me, per poi trovare forma anche in queste parole. C’è qualcosa che io chiamo coraggio. Il coraggio di scegliere, o meglio riscegliere, la propria vita, alla luce di quello che si è vissuto. Scegliere di tornare nei propri luoghi con la certezza della propria missione, del proprio essere e del proprio credere, mai così insicuro e indifeso, mai così certo del Suo sostegno. E’ come se quel Dio respirato, avesse sgretolato le incrostazioni del mio cuore secolarizzato. E’ come se mi avesse concesso l’opportunità di sentirmi rinato, rigenerato, come dopo un bel bagno nel fiume. Con il silenzio nel cuore, sono tornato nella mia vita per fare rumore. August 06 In compagnia della mia ombraMi sveglio nella pozza si sudore ricavata nell’incavo, calco della mia schiena nel materasso morbido. Porto i piedi sul fresco del pavimento, lasciando che l’alito di vento che proviene dalla finestra asciughi la goccia sui binari della mia spina dorsale. Quando esco dal portone, con la mia solita giacca, i miei soliti pantaloni e, per fortuna, la mia camicia pulita, accelero. Fingo di essere sicuro di me, incedendo con andatura ferma e decisa. Il primo semaforo, quando è rosso, mi concede il piacere della fragranza del pane appena sfornato. Mi volto verso il padrone del panificio, con un cenno della testa saluto questa figura pseudo-abituale. Comincia così la mia giornata a Milano. Catapultato in una realtà a me ignota, mi muovo fingendo abitudine, sicurezza, come per dimostrare a non so chi, che non sei in difficoltà, che in fondo tutto è normale. Basta avvicinarsi all’obliteratrice del primo tram per lasciarsi scoprire impreparato, nuovo, semplicemente fuori dal giro. Indaghi tra i vetri abbassati del vecchio tram per scorgere la prima fermata della metro. Scendi e via giù, nel tubo. Al primo lancio titubi sulla direzione, poi leggendo le fermate ti orienti. La folla quasi ti trascina, invogliandoti a seguire la scia più o meno profumata dell’immediato prossimo. Ti incanali sulla destra della scala mobile, lasciando la possibilità ai frettolosi di scavalcarti senza urtarti. La metro è densa di uomo. Di pelli, di odori, di posture, stili, razze, occhi. E’ un luogo caotico, dannatamente caotico, ma impreciso, soffuso. I pochi interlocutori si sforzano di parlare senza alzare il tono della voce, quasi regolando il loro “volume” al ritmo delle fermate. Quando il treno è in corsa via a palla, poi, simulando il tocco di un dj, lasciano che i loro decibel si abbassino in prossimità dell’apertura delle porte. I tuoi occhi cercano la sequenza delle stazioni ad intervalli. Poi vagano, notando l’atteggiamento delle persone, ti infili tra i loro giornali, sbirciando le loro letture. Può capitare che ti soffermi sui piedi di una donna o sugli occhi addormentati di un ragazzo dalla pelle scura. La persona che ti sta accanto ha le cuffie, ma potrebbe anche non usarle, dato che stai ascoltando chiaramente la sua musica. La tua fermata si avvicina e non sai da quale lato si apriranno le porte. Nella tua indole c’è sempre il desiderio di esprimere, soprattutto a se stessi, un’idea di sicurezza. Questo pensiero disturba il tuo equilibrio e allora trovi la soluzione che fa per te nell’aspettare fino all’ultimo secondo, simulando di avere così tanta padronanza da sapere quando e dove andare. Sali in fretta le scale, sempre per sentirti conforme. Non sai perché stai correndo, in realtà sei in un anticipo madornale, ma pensa se ti vedessero in giacca e cravatta con il passo lento e disinvolto delle tue fumate di sigaro. L’ultima tappa del tour prevede ancora tram. Qui la situazione è più complessa. E’ il tuo primo giorno e non sai bene quale sia la fermata. Sali e ti accomodi con fare educato. Timidamente cerchi la persona che più ti ispira pazienza, chiarezza, conoscenza. “Mi scusi, saprebbe indicarmi la fermata Bicocca?”. “Guardi, non saprei, ce ne sono diverse”. Il tuo sguardo testimonia il tuo stato e finalmente rendi palese la tua verità di neoadepto. Si volta un ragazzo e con occhi familiari mi chiede dove sia diretto. “Scendi alla mia. Ti indico la strada”. E’ di Napoli, lavora da un po’, sai da noi non c’è lavoro.. grande sud che sarà, quell’anonima canzone di chi va per il mondo e si porta il sud nel cuore. Ed eccomi qui. Entrato nel loop della mia routine, assolutamente a mio agio nei ritmi che io stesso ho inventato. A Milano sei sconosciuto. Sei solo, vaghi con fare discreto e solitario, in compagnia della tua ombra. La fissi, giochi con le direzioni, lasciando che si spalmi sulla parete del palazzo che stai costeggiando. E poi ritorni a nasconderla, tra le proiezioni degli alberi, la confondi tra le foglie, permetti che si mimetizzi nei poligoni neri freschi creati dai palazzi.
La giornata scorre e da buon “officiante” aspetti che aprano i tornelli e ti lascino libero. Sei stanco, la camicia è incollata al tuo torace, ma tu fingi ancora di essere a tuo agio. I capelli sono aggrinziti, la bocca impastata. Il percorso di ritorno è meno attento e curioso dell’andata. Poi a casa ti abbandoni ai tuoi spazi, ai tuoi silenzi silenziosi, perché fuori i tuoi silenzi sono caotici, rumorosi, disturbati, accompagnati. La sera se ti va esci. La gente è sorridente, in compagnia di una bella bionda, che non sempre è una semplice birra. I tuoi passi silenziosi, martoriati dalle zanzare, avvertono il caldo dell’asfalto cotto in un giorno dal sole. Ti scegli il posto. Al banconista stranito del tuo essere lì, chiedi una birra. Le trangugi e vai via. La sera i lampioni ti aiutano a cercare la tua ombra. Non è più netta, ma sempre veloce, fin quando entri in un vicolo per niente illuminato. Ti abbandona, la tua ombra, corre via, gioca a nascondersi nelle fessure. Allora ti senti un po’ come Peter Pan, quando entra per la prima volta in casa Darling. Rincorri la tua ombra, ma stai solo immaginando di girare intorno al tavolo di Wendy. Il tuo spazio è vuoto, non sai volare. Non c’è Trilli, capitano Uncino è lontano chilometri e chilometri e Wendy non si alzerà dal suo letto per darti un “bacio”. July 01 Dalla parte di Spessotto
Siamo dalla parte di Spessotto, così comincia una canzone di un artista molto caro, un certo Capossela. Parla un po’ di una categoria di persona. Quelli nati dalla parte di sotto, quelli senza colletto, senza lacrime, senza riguardo per le bambine. Quelli timorati del domani, con la giacchetta doppio fondo. Sapete ci trovo un fascino in quelli come Spessotto e non vi nascondo che forse anche io lo sono, visti i compiti fatti in cucina. Per Natale niente bicicletta. Gli occhi di Spessotto hanno sempre qualcosa di rotto, qualcosa che si scorge, qualcosa che ti comunica. Si scorge tra le calze smagliate, tra le sue unghie annerite, la responsabilità che si lascia dietro il gioco. Siamo dalla parte di Spessotto, di colui che si tiene i guai nei salvadanai, che resta muto perché così non mentirà. Spessotto è colui che rimane lì in silenzio anche quando capisce tutto, che si vergogna delle sue scarpe, che vorrebbe mandare tutti a quel paese ma resta lì in silenzio. Riga dritto, Spessotto, mai un capello fuori dalla sua dannata scriva ritagliata dalla madre. Sta lì convinto che le donne non possano trovare interesse in lui, Spessotto, così strano e così “sotto”, silenzioso sbotto di fluire costante. Spessotto è chi ha paura di fare rumore mentre mangia, perché lui se ne accorge, chi diventa rosso quando fa qualcosa di semplice di fronte a tutti, chi all’interrogazione si copre di macchie sul collo, chi emana quell’alezzo di chiuso, di casa, di divani impolverati. Se ne sta con il suo silenzio muto, con il suo polsino consumato, il suo imbarazzo da impatto. Eppure quando va via si copre delle risate degli altri. Gentile, Spessotto, nel non invitare nessuno a casa sua, nel suo mondo. Alla fermata dell’autobus rimane con le gambe tese, e si siede vicino all’autista, posando la sua borsa sull’altro sedile. E’ impaurito. Ha paura che qualcuno scopra che è come tanti altri, che anche a lui piace bere, ridere, giocare. Spessotto è in attesa che qualcuno smetta di stare dalla sua parte. June 20 Godot mi aspetta...E’ un po’ di tempo che non scrivo. Qualcuno, a cui va il mio più personale grazie, me l’ha fatto notare, manifestando quasi la voglia di leggere qualcosa di nuovo. Il motivo per cui sono stato lontano è sostanzialmente uno: il tempo. Poco, tirato, sempre lì a tenderti impegni, stanchezza, doveri. A questo motivo fisiologico se ne aggiunge uno quasi psicosomatico, direi interiore. Non posso dire che non abbia riflettuto in questo tempo o che non abbia avuto possibilità di proporre ai miei interlocutori, e quindi anche a voi silenti lettori, temi e riflessioni, spunti e letture. Posso però affermare di essere stato preda di una sorta di stato di indeterminazione, qualcosa che può somigliare al fuggire da se stessi, al non volersi affrontare, almeno in certi momenti. Ho pensato al premier e ai suoi nuovi decreti e/o emendamenti, con buona pace di coloro che si gloriavano di aver raggiunto un “nuovo clima politico”. Ho pensato alla paura dei clandestini e a quelle delle intercettazioni, ho pensato che per fortuna mi sento italiano quando vedo gli azzurri giocare, anche se mi sento del sud quando vedo Cassano in panchina, dietro qualcuno che non è più forte di lui, qualcuno che corre meno di lui, che forse ha solo avuto la fortuna di nascere in un ambiente diverso, in un tempo diverso. Proietto tutti questi pensieri nei miei luoghi, con le persone che incontro e mi rendo conto che qualcuno magari ti sta sopra solo perché è nato prima, in un diverso tempo. Qualcuno invece occupa un ruolo che non dovrebbe. Rifletto sulla differenza che c’è nella percezione delle persone. Sei il numero uno tra i tuoi amici, il migliore a scuola, il preferito della prof, sei l’amore della tua ragazza… sei l’ultimo arrivato, sei nessuno, sei quello, sei un semplice soggetto esecutore. E badate bene, non si tratta di sentirsi sempre lo stesso, o di essere nostalgici verso quello che è passato. Ho pensato che la nostra è la vita tendente inesorabilmente al ribasso. In politica votiamo il male minore, in chiesa andiamo dietro a chi almeno qualcosa ci dà, nel lavoro ci accontentiamo di qualcosa che solo qualche chilometro più in la non conta niente, a parità di profili lavorativi. Anche nei rapporti ci accontentiamo, ci limitiamo, quasi chiusi e condannati dalla cultura del “niente più”. Sapete mi sono sentito come i protagonisti di quell’opera meravigliosa che è “Aspettando Godot”. Sto fermo lì, all’ombra dei miei pensieri, in attesa che questo famigerato personaggione mi venga a trovare, mi smuova, stia ad ascoltarmi un po’, mi valuti come persona, si rapporti con me, con un uomo, con la mia vita, con il mio sapere, le mie esperienze. Ho pensato che oggi forse sono pochi quelli che aspettano Godot. Le donne hanno smesso di pensare al principe azzurro, ormai basta che arrivi qualcuno. Gli uomini hanno smesso di seguire i loro sogni, i bambini sorridono con compiacenza senile. Forse Godot sta aspettando noi, forse proprio me. Inesorabilmente spento, stanco di non sentirsi atteso, perso nel suo stesso frenetico movimento senza meta. Ecco. Forse sono come Godot, smarrito nel mio essere. Per questo sono stato lontano, voltando le spalle al mio sentire, al mio giocare con le parole, al mio viaggiare mentale, al mio sognare l’uomo che sono. Forse, come Godot, mi vergogno un po’ del mio essere fermo, del mio voler aspettare, del mio voler comunicare, del mio voler vivere.
May 12 VolverDa sempre il tema del tempo mi ha affascinato, dalle teoria più articolate, ai film della saga “Ritorno al futuro”. Ho ascoltato spesso considerazioni su questo tempo. Sarà capitato anche a voi di sentirvi dire: “vivi il presente”, “il passato serve per non commettere di nuovo gli stessi errori”, “preferisco vivere alla giornata” ecc. Per il titolo a queste mie righe ho preso spunto da un film di Almodovar solo per conferire alle stesse un’aria un po’ assolata, esotica. La sostanza sta nel “tornare”, un movimento interiore, costante, emozionante. Mi capita tutti i giorni di tornare sul e nel mio passato: ritornare nei luoghi, nelle situazioni, con le persone, nei miei occhi e in quelli di chi mi stava di fronte. Non è solo un’operazione di memoria, è proprio un ri-vivere, ri-sentire, ri-emozionarsi. In un momento sono tra i miei amici in campo di calcio, in un altro tra i banchi di scuola, nell’imbarazzo di un mio compagno interrogato. Può capitare che un profumo, un suono, una situazione mi riportino in un tempo, nella più classica delle transizioni alla Proust. Sono nelle mie paure, nei miei viaggi, nei miei sogni da bambino, nei miei silenzi, sorrisi, errori, sguardi, sensazioni, intuizioni. Il tutto concentrato nell’ebbrezza del raccontarsi, del descriversi, del sezionare un attimo infinitesimo nel cosmo del mio scorrere temporale. Quello che spesso ho cercato di spiegare, ai miei interlocutori più o meno attenti, è che si tratta di un vero vivere, nel presente, del passato. Significa sentirsi, o meglio risentirsi, se stessi, ripercorrere le dinamiche interiori, i flussi del mio io, per avere più padronanza, più consapevolezza del mio essere. E’ come se ricommettendo certi errori, fissando nuovamente certi occhi, io possa rendere infinita quell’emozione, bella o brutta che sia. Capite bene che il tempo assume spazi infiniti, in una sovrapposizione di piani. A volte, in quello che qualcuno non stenterebbe a chiamare delirio, il mio delirio, sento che il mio tempo perde la sua linea retta per chiudersi in circonferenza, o meglio, per ripiegarsi in una spirale mai ferma il cui punto finale profuma di me. La sensazione è di assoluta libertà. Nelle giornate degli impegni, degli appuntamenti, dei rendez-vous come direbbero i francesi, un’espressione che mi fa pensare a quello che si deve agli altri, trovare o ritrovare un tempo per incontrare se stessi, è qualcosa che mi fa sentire uomo, semplicemente uomo. Perché abbia scelto di condividere con voi, lettori silenti, questi miei moti forse non lo so nemmeno io. Credo però che anche nelle mie parole, nella scelta di quelle righe scritte in questi anni, una scelta puntuale e precisa nella giungla delle parole, ci sia tutto il mio crescere, il mio pensare, il mio vivere. Nei miei “volver” torno anche su quei temi, su quelle frasi, sull’emozione che ho provato nello scrivere, e che spero di essere riuscito a comunicare, ed è come se riscegliessi, se ripensassi. Tornare non è un moto semplicemente personale o egoistico. Nonostante sia vissuto per la maggior parte dei casi nella mia mente, spesso è un andare verso gli altri, che tende al legame, all’incorporare nella propria vita gli sguardi, le emozioni e i pensieri di coloro che, si spera, hanno avuto la fortuna di stare sui tuoi passi. Non mi risulta esagerato il dirvi che anche i vostri occhi, posati sui miei titoli, sulle mie conclusioni, sui miei pensieri, fanno parte del mio tornare, della spirale di cui vi parlavo. E’ come se nella vostra attenzione siate entrati nella mia vita per non uscirne più. Non mi resta che dirvi.. Grazie. April 30 Musicando...Adoro accompagnare i miei pensieri con la musica, quasi stuzzicarli, suscitarli. La parola giusta è proprio accompagnarli, come fa il padre con suo figlio, significa un po’ reggerlo, un po’ tirarlo, un po’ guidarlo, un po’ trasmettere sicurezza, un po’ sentire il calore del tatto, un po’ sentirsi padre ecc… a questi aggiungete le sensazioni del bambino nel sentire la mano del padre e capirete forse l’ambivalente, ma non dicotomica, prospettiva che la “mia” musica occupa. Credo che perché la musica diventi un vero approdo del pensiero, un’ancora e un salvagente, sia necessario che incarni gli stili più diversi, i tempi più variegati. Ogni pensiero ha un suo tempo, una sua moda, un suo ritmo, una sua alternanza, perché no una sua voce. Camminando con in testa “Le vent nous portera” dei Noir Desir , mi accorgo del mio incedere intenso, un po’ personaggio da film, un po’ come il video di “Bitter sweet simphony”. Ma è il mio pensiero a prendere piede. Penso a Samuele e al suo incedere ondeggiante alla Naim Yael con la sua “New soul”, ai suoi sogni alla “What a wonderfull world”… “Non insegnate ai bambini” (Gaber) la vostra morale eppure i nostri bambini… “Raining in paradise” (Manu Chao) piove in questo paradiso eppure “Another day in paradise” (Phil Collins) in questo sporco paradiso di uomini, magari con te, te che “semplicemente sei, sostanza dei giorni miei” (A te – Jovanotti). Domani è primo maggio, il primo dopo cinque anni senza il concerto (Bella Ciao – Modena city ramblers), non ci sarà il mio amico Gian Paolo (Senza titolo – Mercanti di liquore)… ci sono i Baustelle quest’anno (Charlie fa surf) e gli Apres la classe (Home de la terre).. ma forse quel tempo è passato, non è poi così fuori dal mondo avere una “giornata senza pretese” (Vinicio Capossela). I colleghi stanno tutti partendo, vanno per il mondo e si “portano il sud nel cuore” (Grande Sud – Eugenio Bennato). Potessi rallentare il mondo alle note del “Pescatore” (de Andrè), “campare d’aria” (Folkabbestia), vedere “Al di là delle nuvole” (Casa del vento)… in realtà vengo dalla “lunga notte” (Cisco Bellotti), sono un figlio della polvere, un intriso di “Fango” (Jovanotti), un “pugile sentimentale” (Capossela). Hanno ragione… hanno ragione mi hanno detto è vecchio tutto quello che lei fa (Luci a San Siro – Vecchioni). Mi sento come qualcuno che “vorrebbe una vita tranquilla” (Tricarico) eppure… vabbè il passaggio è scontato e per questo non lo cito. Il pensiero a volte va più veloce di un i-pod lasciato scorrere in maniera casuale. Il bello è che non bisogna nemmeno caricarlo. Perché tutto questo? Non lo so. Forse per sentirmi più io, forse per lasciar slegato quel flusso che spesso si tiene con il collare della quotidianità, dell’incomunicabilità. Mi prenderete per pazzo, ma “resto nudo e manifesto!” (Manifesto – Bandabardò). April 17 Bentornato don ChisciottePiù di qualcuno si aspettava che scrivessi queste righe forse con il sangue caldo del risultato elettorale. La verità è che forse avrei potuto scriverle prima dello scrutinio. La mia riflessione elettorale e, in maniera più allargata, politica parte dai risultati (come potrebbe essere diversamente), dalle opinioni, dalla voci, dalle letture raccolte un po’ qua e un po’ là. Parafrasando le parole di un filosofo contemporaneo ben più ferrato di me, sottolineo che la “terza repubblica” sancisce quell’impoverimento ideologico della politica italiana. I partiti ormai non si riuniscono più nelle filosofie, come potevano essere in passato il comunismo, il nazionalismo, il socialismo ecc.. questo ha aperto la porta a delle concezioni di partito più legate alla funzione, alla contingenza, all’opera politica. Alla luce di ciò sembra forse più giustificabile, almeno nel leggere il risultato, vedere la sinistra arcobaleno fuori dal parlamento, perché “affetta” ancora da quella sana o insana, non spetta a me dirlo, carica ideologica. Una carica ideologica che oggi non stimola nessuno, né tanto meno quella fascia di precari, di delusi dalla sinistra sfumata del partito democratico. Una carica che stimola, ahimè, solo i nostalgici come Ferrando e company. Dall’altra parte della medaglia, gli scarsi risultati, ben prevedibili sia inteso, de “la destra” e altri partiti derivati, testimonia come i nostalgici di ben più pericolose compagini, rimangono solo sotto i ponti ad affiggere manifesti clandestini. Il partito democratico ha raggiunto l’obiettivo della sintesi bipartitica, quella sintesi che profumava, o meglio ci auguriamo possa profumare, di ammodernamento, o quanto meno di allineamento alle democrazie più evolute. Anche se mi risulta sempre un po’ difficile notare il positivo nell’allineamento. Questo ha permesso di intascare i “meriti” anche dopo la disfatta. Gli esponenti del pd magari la considereranno una magra considerazione ed io non posso che dare loro ragione. Dal mio canto non mi sarei certo aspettato che vincesse l’armata di Veltroni, forse avrei previsto un pareggio al senato, ma si sa, i politologi sono quelli che si siedono a poltrone ben più comode delle mie, affetto da costante mal di schiena. Scendendo più nel profondo della mia analisi, dico che la rivoluzione del “predellino”, come qualcuna l’ha simpaticamente ribattezzata, consiste nell’aver saputo rispondere in maniera furba se si vuole, al momento politico del PD. La risposta è stata una congiuntura che assomiglia ad un cartello elettorale o ad una somma di partiti o ad un partito unico… non si sa. Sta di fatto che era una risposta, un porsi contro, un giocare una partita escludendo le zanzare ronzanti come Casini e altri. Era abbastanza ovvio che in uno scontro così dicotomico, avessero la peggio coloro che comunque uscivano da un governo caduto dopo due anni, simbolo della politica inefficiente, fulcro di tante speranze inattese per un elettorato deluso. Il risultato vincente e strabiliante della Lega ci pone davanti una riflessione secondo me dovuta. La lega è forse l’unico partito che conserva quel sapore di vecchio partito, di confronto per strada, di sagre, di vicinanza all’elettorato che oggi manca alla politica italiana, chiusa nelle stanze di tecnici e funzionari. Il merito consiste nell’aver insistito anche su argomenti che sono più vicini al loro elettorato. Un elettorato che ha anche bisogno delle uscite fuori luogo del decrepito Bossi. L’onestà sbandierata da Veltroni si è dimostrata alquanto fuori luogo e, aggiungerei, sancisce anche il carattere poco maturo del popolo italiano, che non è interessato all’età giovane, al codice etico, alle candidature, alle donne, alla modernità… è un popolo poco attento, ignorante quanto basta da essere più legato alle promesse del redivivo cavaliere. Quello che io chiamo il “complesso di superiorità” della sinistra, spesso giustificato sia inteso, ha giocato un brutto scherzo a chi credeva d’avere d’avanti un popolo capace di sostenere certi standard. La verità è che la cultura è spesso relegata nei salotti, nelle piccole occasioni di nicchia, questo riguarda anche i precari laureati, con tanto di 110 e lode, che non hanno paura di confidare nella raccomandazione o di affermare che in fondo è il cavaliere è un grande perché si “è fatto da solo”… Basti pensare a tal proposito che nessuno, anche in campagna elettorale, ha posto ben in evidenza il fatto che il PD fosse nato da un processo allargato, magari non così democratico come dicono (basti vedere le sezioni locali e le alleanze annesse), di sicuro più partecipato. Di questo bisogna attribuire serie responsabilità ad una stampa incapace come sempre di fare le domande scomode e di fare informazione riflessiva. In definitiva credo che se i giornalisti europei si sono stupidi di un simile risultato, in prima linea i corrispondenti dall’Italia, ci sia un motivo, ci sia qualcosa di cui noi, italiani, lasciatemelo dire, popolo un po’ mediocre, non ci accorgiamo. Perché in un paese in cui Mangano può essere definito un eroe e in cui la resistenza può essere riletta… qualcosa non va, qualcuno non capisce, soprattutto perché non sa. Ha vinto il cavaliere errante, quello che mi piace romanticamente definire il don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento tappezzati di comunisti che mangiano i bambini, che si travestono da giudici e che ora, per opera della sua spada, sono fuori dal parlamento. Ha vinto il cavaliere, una figura medievale, in sella ad un destriero ormai invecchiato che si chiama Italia, che dovrebbe rialzarsi con in groppa un peso immane, l’insostenibile pesantezza dell’essere italiano. Diceva Gaber… “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono.” April 07 MaggeseCapita a volte di far riposare il terreno. Verso l’anno mille, dopo aver superato la grande paura predicata dai maghi e stregoni, quella della fine del mondo, si visse un periodo di grande spinta, anche culturale. Se le mie reminiscenze non mi ingannano, fu in quel periodo che venne fuori l’idea del maggese, del lasciar riposare un anno il terreno, per non impoverirlo troppo delle sue sostanze nutritive, come dicevano le vecchie professoresse di scienze della terra. E’ un po’ così il mio periodo, un periodo di maggese, di riposo, quasi per salvaguardare il mio humus fatto di micro-pensieri, di piccoli flussi, di vecchi pensieri morti pronti a concimarne di altri. Il maggese del pensiero è come passeggiare solo per la città, nella notte, magari lasciandosi bagnare dall’umidità fitta dell’inverno. E’ come il fissare un punto lontano vagando con la propria mente senza meta, come sognare di segnare alla finale di coppa del mondo, come sentirsi un politico che fa un comizio perfetto, magari avendo come applausi gli schiaffi che ti dai alle gambe che si sono addormentate nella posizione tipica di un defecante! Il maggese del mio anno mille, fatto però ancora di tante paure, che io stregone mi predico, fatto a volte di speranze più esterne che interne, fatte sicuramente da flussi spezzati, antiche passioni risvegliate, nuove preoccupazioni adottate. Il maggese porta in seno il silenzio, di quei silenzi fatti di occhi, di barbe solleticate, di sigari aspirati. Porta con sé anche quel pizzico di ricercata solitudine, anche un po’ forzata, forse anche di incomprensione, di delusione. Il maggese per qualcuno era solo un periodo obbligato, per qualcun altro una sana pratica, per altri ancora una moda da seguire solo per pochi anni. A volte basta un aratro per rivangare un po’, rimischiare i propri pensieri, per tornare a produrre. Sarà un raccolto forse scarso, forse grasso, ma sarà bello arrampicarsi sugli alberi al mattino presto, sentire le fronde alleggerirsi, gustare un frutto allevato, curato, maturo. March 13 appunti..Sfogliando le pagine impolverate e scarabocchiate della mia mente, mi sono imbattuto negli appunti accennati di qualche sfuggevole pensiero. Non si è trattata di una lezione ascoltata a tratti, né di un progetto lasciato incompiuto, semplici tracce, semplici impronte di un flusso che ritorna, come l’ennesimo rigurgito di un ruminante rassegnato. Ho riletto espressioni che quasi mi hanno fatto sorridere, con lo stesso atteggiamento di un vecchio che rivede la sua foto ai tempi del militare, bello, giovane e in forze. Ho assaporato un non so che di passato, rimembrando i momenti in cui ero solito, fermarmi a pensare certe cose, come nella migliore tradizione francese di matrice proustiana. Impaurito avevo pensato alla morte dell’uomo, con netti riferimenti al ben più celebre epiteto sulla somma divinità. Se qualcuno, forse più pazzo, o decisamente più lucido, aveva predetto la morte di una supremazia, la fine di un tempo, o meglio di un’illusione.. io vi parlo di chiusura dei tempi. Con oscuro pugno ho pensato al carattere paradossale della vita umana. Se ci pensate, cresciamo sui banchi bucati di scuole antiquate, con la paura del giudizio di un uomo, il cui “potere” è venuto dall’uomo e la cui “verità” non è altro che la sua semplice interpretazione dell’uomo. Più in là con gli anni cominciamo a pensare al nostro ruolo nella società, quel grandissimo trucco che l’uomo ha partorito, per sapere più di universale, per abbandonarsi ad un’identità collettiva. Impieghiamo la stragrande maggioranza del nostro tempo per lavorare, per guadagnare, per farci comandare e magari trattar male da uomini, come noi, si.. proprio come noi. Il restante nostro tempo è così pieno di impegni che gli uomini hanno creato. La palestra, la piscina… tutto bloccato, impedendoci la scelta che a noi, uomini, spetterebbe. Per non parlare di quelle che sono le norme che noi stessi abbiamo elaborato e alle quali ci atteniamo impedendoci di vivere secondo coscienza. Abbiamo paura del giudizio degli uomini, in base a delle regole, tra l’altro non scritte, che noi stessi abbiamo partorito. Siamo finiti. La nostra dimensione di relazione spesso è figlia dei ruoli che mentalmente ci diamo. Pensiamo qualcuno come amico o amica, condannandolo/a ad esserlo, magari ignorando che lui o lei sia innamorato di noi. Questo nella migliore delle ipotesi. Costretti a vivere a contatto, spesso ci leghiamo a delle competenze, a dei ruoli mentali, a delle aspettative mai deluse. Ci rapportiamo con noi stessi ignorando la nostra identità. Per non parlare del ruolo che abbiamo affidato a qualcosa che la nostra mente ha concepito, seppur come limite: Dio, il fato, il senso come dice qualcuno. L’uomo ha generato qualcosa di cui esso stesso è schiavo, ha perso il contatto con la sua identità, quasi per sentirsi meglio collocato in qualcosa che con il suo carattere impersonale, potesse farlo sentire universale, o meglio calato in una dimensione universale. I miei appunti forse sono disordinati, di sicuro oscuri.. ma non per questo morti. March 08 Non vi porgo i miei auguriIl carattere umiliante della festa della donna è qualcosa che mi innervosisce. Sapete non mi procura fastidio il fatto che esista, perché in un certo senso posso capire che in passato qualcuno sottolineasse l’importanza di un giorno per cercare di far cambiare una mentalità, ma il fatto che le donne festeggino, anche in modi meschini. Che una donna si conceda una serata al femminile ci può anche stare e devo dire che agli uomini, le “restanti” chiacchiere da gruppone non credo dispiacciano… il meccanismo subdolo che dall’emancipazione, porta alla trasgressione umiliante fa di questa ricorrenza, la classica occasione mancata. Si parla di quote rosa e qualcuno, adottandole, crede di essere finalmente fuori dagli schemi. Credo che non ci sia niente di più umiliante che vedersi riconosciuti dei diritti che fanno parte dell’essere. E’ come se qualcuno volesse un grazie per qualcosa di cui noi siamo pienamente in possesso. Non trovate schiavizzante il “dover” lasciare un posto ad una donna, un dover garantirle spazio. Io lo trovo ignorante. E trovo che ignoranti e poco dignitose siano quelle donne che si ostinano ancora a voler combattere una lotta che non ha motivo di esistere oggi. Credo che sia giusto dimostrare e non lamentarsi, non nascondersi dietro le regole fatte dal mondo maschile. Credo che la donna di oggi manchi proprio della dignità femminile. Ho sempre pensato che le donne avessero qualcosa in più, nelle movenze, nella freschezza della mente, nella tenacia, nella capacità di sopportare. Oggi scopro, forse giustamente, che tutto questo non è vero, ma che ciò ha tutto il carattere della dovuta normalità, perché anche il dolce stilnovo, non me ne voglia Dante, è qualcosa di fuorviante. Io mi permetto di non fare gli auguri alle donne. Trovo assurdo farli a delle creature per il loro carattere, per il solo essere. E’ come se qualcuno mi festeggiasse perché ho la barba, mi regalasse un fiore o mi concedesse un giorno di bagordi perché sono maschio. Sapete la cosa che mi fa sorridere è che queste assurdità qualcuno le ha create, ma soprattutto, è che da anni vengono rispettate, quasi con religiosa devozione. Alle donne in questo giorno infestato di polline di mimose false porgo la sfida della vita che sa di verità, sa di parità. March 03 Lutto liberoNon mi sembra molto elegante parlare in un tempo così triste. Scrivo per dichiarare la mia vicinanza alle famiglie di quegli operai che sono morti oggi pomeriggio in uno stabilimento di poco distanti da quello che è il mio ufficio. E’ stato mortificante dover continuare a lavorare con lo sfrecciare delle ambulanze a sirene spiegate. Avremmo dovuto fermarci in silenzio di fronte al dramma della vita. Ebbene si. Questo non è il dramma della morte, ma il dramma della vita. Viviamo per lavorare, quando avremmo dovuto lavorare per vivere meglio… non solo… si muore per lavorare. Gli operai e non solo, sono ridotti a condizioni lavorative pessime, sembra essere tornati all’inizio del secolo precedente. Sembra che le battaglie operaie e tutto il resto delle lotte, siano sfumate in formule di contratto evanescenti dal punto di vista dei diritti del lavoratore. Le persone muoiono e quando erano in vita a stentano riuscivano a mantenere la famiglia. Tutto ciò è deprimente. Sono senza parole, lasciatemi in silenzio nel mio pezzo desolato di vita, l’unico forse in cui posso ancora sentirmi libero. La morte di questi uomini mi fa sentire incastrato, intrappolato, per niente uomo. |
|
|